Il viandante
Nico, compagno di viaggio di Gerolamo, il protagonista di questo Sentiero degli Dei, lo esplicita fin dalle prime pagine: camminare non è uno sport. WM2, sottotraccia, accompagnandoci lungo le svolte del percorso, prova a volgere la massima in positivo e a definire che cosa camminare sia. La risposta non è univoca: a lettura conclusa suonano al mio orecchio chiare e cristalline almeno due possibilità : da una parte camminare è unire punti nello spazio e nel tempo, avendo come unità di misura il proprio corpo, le proprie percezioni, i propri pensieri; dall’altra è una delle attività che concorrono a completare il lavoro dello storico e del geografo. Ogni luogo è percorso dalla storia e dalle storie, ogni storia lascia traccia nei luoghi che attraversa. Il viandante è quella duplice figura che mentre raccoglie le storie laddove queste sorgono, diventa il protagonista delle avventure che le contigenze – ovvero le convergenze di spazio e tempo – gli offrono. Un narratore oggetto di narrazione.
Anche il viandante di WM2 oscilla in continuazione fra due ruoli: cronista militante e eroe contemporaneo. Ma il movimento dialettico non si arresta qui, investe anzi tutta la narrazione: passato e presente, natura e cultura, paesaggio e scarponi. I continui movimenti di macchina dipingono un mondo complesso. La rappresentazione non è oleografica, né apocalittica: l’Appenino che ne esce fuori non è un giardino incontaminato, ma nemmeno un paradiso perduto: è un luogo del nostro presente, atrocemente ferito ma vivo. Il testimone delle buone pratiche del passato (di lotta, di socializzazione) è già stato raccolto e può ancora passare di mano in mano. La storia non è giunta al capolinea e i viandanti possono percorrerne i sentieri ancora, per scongiurare che diventino terra desolata dell’ormai.
Le parole
“Molti crimini contro l’umanità sono anche crimini contro il vocabolario”.
Quando fa questa considerzione Gerolamo sta pensando all’ipocrisia di un progettista che battezza “parco eolico” un impianto di ventiquattro generatori alti 96 metri posti sul crinale d’un monte(1).
Le parole sono strumenti, attrezzi, utensili di comunicazione: un martello può piantare chiodi, illividire pollici, spaccare teste. D’ogni cosa c’è l’uso corretto, quello incauto e quello improprio. Senza conoscenza, senza il tempo dovuto e l’attenzione necessaria ogni strumento può provocare effetti indesiderati. Ma qui il caso è un altro: quel parco è il cosciotto d’agnello surgelato che prima uccide un uomo e poi viene servito in pasto agli inquirenti in un racconto di Roal Dahl. Nulla d’innocuo, è un’arma.
WM2 risponde a questo attacco sullo stesso piano, quello delle parole, curandosi di costellare Il Sentiero degli Dei di termini esatti e preziosi – fustaia, masterza, malga. Non si tratta di un vezzo, non cerca l’effetto esotico – il suo macadam non è quello di Paolo Conte – il risultato che cerca è in qualche modo naturale. Naturale come un uliveto ben potato, un sentiero pulito, un bosco ordinato. Le parole giuste – gli attrezzi usati per bene – di WM2 danno la dimensione di un ambiente in cui le attività dell’uomo provano a comprendere il territorio e a viverci insieme.
Il tempo, gli inviti.
Ma il tema perennemente evocato nel Sentiero degli Dei è il tempo. WM2 cerca di avvicinarlo di sbieco, attraverso alcuni dei suoi riflessi: velocità, lentezza, ritmo, passato, presente, futuro, memoria.Nei cinque notturni in particolare, sembra voler di volta in volta scolpire, fotografare, schizzare, cantare il tempo. A lettura conclusa questa insistenza mi è parso celasse una molteplicità di inviti. Un invito a non subire i tempi, un invito a prendersi il tempo per costruire memorie agguerrite da opporre alle pacificazioni precotte, un invito alla presenza nel presente contro gli ormai e gli inevitabile. Sono ripetuti – più che saggio, si parla di cammino – gli inviti a misurare la cadenza e a razionalizzare le risorse. Ma l’invito più importante è a strappare il tempo per immaginare altri tempi: scansioni che si accordino al nostro ritmo animale, velocità che vivifichino lo spazio invece di ucciderlo, pause che interrompano un flusso che qualcuno è interessato a farci percepire come una pappa indistinta. Un invito infine a farsi viandanti e ad andare a caccia di storie e di luoghi e, magari, rimappare la terra a cinque chilometri all’ora.
Il dendroblues delle vittime della direttissima è una lettura che lascia il segno.
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(1) A proposito di crimini contro il vocabolario: a Rivalta di Torino, comune della bassa Val Sangone interessato dal passaggio della linea AV Torino-Lione, i progettisti prevedono di occultare quattro binari paralleli con una galleria artificiale foderata con lo smarino ricavato dal tunnel della collina morenica. La struttura è stata battezzata ecodotto.