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  • *Democrazia e Informazione*

    Stasera alla Sala Consiliare del Comune di Rivoli, Sandro Ruotolo parlerà di Democrazia e informazione. Il tutto sarà introdotto da Gianna De Masi. Il Comitato No Tav Val Sangone – Collina Morenica mi ha invitato a cantarne due delle mie.

    Speruma bin.

    24/03/12, Villar Dora, fermo immagine di una ripresa di Ezio Bertok

     

    Postato il 18 maggio 2012 in categorie: reclame

    Wu Ming 2, Il Sentiero degli Dei

    Il viandante
    Nico, compagno di viaggio di Gerolamo, il protagonista di questo Sentiero degli Dei, lo esplicita fin dalle prime pagine: camminare non è uno sport. WM2, sottotraccia, accompagnandoci lungo le svolte del percorso, prova a volgere la massima in positivo e a definire che cosa camminare sia. La risposta non è univoca: a lettura conclusa suonano al mio orecchio chiare e cristalline almeno due possibilità : da una parte camminare è unire punti nello spazio e nel tempo, avendo come unità di misura il proprio corpo, le proprie percezioni, i propri pensieri; dall’altra è una delle attività che concorrono a completare il lavoro dello storico e del geografo. Ogni luogo è percorso dalla storia e dalle storie, ogni storia lascia traccia nei luoghi che attraversa. Il viandante è quella duplice figura che mentre raccoglie le storie laddove queste sorgono, diventa il protagonista delle avventure che le contigenze – ovvero le convergenze di spazio e tempo – gli offrono. Un narratore oggetto di narrazione.
    Anche il viandante di WM2 oscilla in continuazione fra due ruoli: cronista militante e eroe contemporaneo. Ma il movimento dialettico non si arresta qui, investe anzi tutta la narrazione: passato e presente, natura e cultura, paesaggio e scarponi. I continui movimenti di macchina dipingono un mondo complesso. La rappresentazione non è oleografica, né apocalittica: l’Appenino che ne esce fuori non è un giardino incontaminato, ma nemmeno un paradiso perduto: è un luogo del nostro presente, atrocemente ferito ma vivo. Il testimone delle buone pratiche del passato (di lotta, di socializzazione) è già stato raccolto e può ancora passare di mano in mano. La storia non è giunta al capolinea e i viandanti possono percorrerne i sentieri ancora, per scongiurare che diventino terra desolata dell’ormai.

    Le parole
    “Molti crimini contro l’umanità sono anche crimini contro il vocabolario”.
    Quando fa questa considerzione Gerolamo sta pensando all’ipocrisia di un progettista che battezza “parco eolico” un impianto di ventiquattro generatori alti 96 metri posti sul crinale d’un monte(1).
    Le parole sono strumenti, attrezzi, utensili di comunicazione: un martello può piantare chiodi, illividire pollici, spaccare teste. D’ogni cosa c’è l’uso corretto, quello incauto e quello improprio. Senza conoscenza, senza il tempo dovuto e l’attenzione necessaria ogni strumento può provocare effetti indesiderati. Ma qui il caso è un altro: quel parco è il cosciotto d’agnello surgelato che prima uccide un uomo e poi viene servito in pasto agli inquirenti in un racconto di Roal Dahl. Nulla d’innocuo, è un’arma.
    WM2 risponde a questo attacco sullo stesso piano, quello delle parole, curandosi di costellare Il Sentiero degli Dei di termini esatti e preziosi – fustaia, masterza, malga. Non si tratta di un vezzo, non cerca l’effetto esotico – il suo macadam non è quello di Paolo Conte – il risultato che cerca è in qualche modo naturale. Naturale come un uliveto ben potato, un sentiero pulito, un bosco ordinato. Le parole giuste – gli attrezzi usati per bene – di WM2 danno la dimensione di un ambiente in cui le attività dell’uomo provano a comprendere il territorio e a viverci insieme.

    Il tempo, gli inviti.
    Ma il tema perennemente evocato nel Sentiero degli Dei è il tempo. WM2 cerca di avvicinarlo di sbieco, attraverso alcuni dei suoi riflessi: velocità, lentezza, ritmo, passato, presente, futuro, memoria.Nei cinque notturni in particolare, sembra voler di volta in volta scolpire, fotografare, schizzare, cantare il tempo. A lettura conclusa questa insistenza mi è parso celasse una molteplicità di inviti. Un invito a non subire i tempi, un invito a prendersi il tempo per costruire memorie agguerrite da opporre alle pacificazioni precotte, un invito alla presenza nel presente contro gli ormai e gli inevitabile. Sono ripetuti – più che saggio, si parla di cammino – gli inviti a misurare la cadenza e a razionalizzare le risorse. Ma l’invito più importante è a strappare il tempo per immaginare altri tempi: scansioni che si accordino al nostro ritmo animale, velocità che vivifichino lo spazio invece di ucciderlo, pause che interrompano un flusso che qualcuno è interessato a farci percepire come una pappa indistinta. Un invito infine a farsi viandanti e ad andare a caccia di storie e di luoghi e, magari, rimappare la terra a cinque chilometri all’ora.

    Il dendroblues delle vittime della direttissima è una lettura che lascia il segno.

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    (1) A proposito di crimini contro il vocabolario: a Rivalta di Torino, comune della bassa Val Sangone interessato dal passaggio della linea AV Torino-Lione, i progettisti prevedono di occultare quattro binari paralleli  con una galleria artificiale foderata con lo smarino ricavato dal tunnel della collina morenica. La struttura è stata battezzata ecodotto.

    Postato il 17 aprile 2012 in categorie: Recensioni

    Lo Spleen di Mompracem. Un’intervista

    Elena Romanello pubblica su Liberi di Scrivere una breve ma intensa intervista al sottoscritto. Eccola qui di seguito:

    Tra le proposte della casa editrice Miraggi di Torino c’è una rilettura dei romanzi di Salgari, Lo spleen di Mompracem, scritta da Filippo Sottile. Interessante sentire le scelte dietro ad una storia che omaggia quello che è considerato anche oggi un maestro, anche se incompreso in vita, dell’avventura.

    Come è nata l’idea de Lo spleen di Mompracem?

    Ogni idea che si concretizza in un’opera è sempre un frutto composito, una felice sintesi di intuizioni, riflessioni e “vita vissuta”. La scintilla iniziale l’ho sognata: c’era Sandokan che leggeva  delle orribili poesie in mezzo alla giungla. L’immagine mi si è stampata in testa e ha cominciato a entrare in risonanza con le riflessioni che andavo facendo in quel periodo sul ruolo dell’artista nella nostra società. Le mie parole d’ordine sono ancora quelle di Oscar Wilde: l’artista è un critico e svolge un’azione politica. In questo romanzo le istanze politiche che porto avanti con più forza riguardano il tempo: io credo che l’arte debba aprire il tempo e dislocarlo nelle situazioni, ciò che spesso viene spacciato per arte è invece intrattenimento, ovvero un tempo chiuso, asfittico, privo di connessioni.

    Che tipo di importanza ha avuto e ha per te Emilio Salgari?

    Da adolescente mi ha permesso di cavalcare a briglia sciolta fra luoghi e avventure, e di questo gli sono grato. Riletto oggi mi viene da pensare che sia un po’  come Lucien de Rubemprè: più un personaggio poetico che un poeta. Tutto ciò non gli ha impedito di scrivere alcuni grandi romanzi, tipo I Pirati della Malesia o Il Corsaro Nero e diversi molto buoni, vedi Le meraviglie del 2000.

    Ti occupi anche di musica e di poesia, che differenza c’è tra queste forme di cultura?

    Mi occupo anche di teatro. Sono linguaggi, hanno caratteristiche diverse e almeno due cose in comune: servono a comunicare con altri individui e a riflettere sulle cose. La cosa che mi intriga di più è mischiare le carte in tavola e provare a far quadrare il raggamuffin, il teatro etnico, la metrica di Palazzeschi e il piglio di Conrad. Non dico di riuscirci, ma provarci ci provo.

    Come sei arrivato a farti pubblicare?

    Una volta messo il punto finale al manoscritto, ho selezionato le case editrici delle quali avevo letto libri  nei due anni precedenti e apprezzato il lavoro. Sono stato piuttosto fortunato, Miraggi mi ha risposto in tempi brevi.

    Chi sono i tuoi maestri letterari?

    Dovendo citarli tutti rischierei un elenco chilometrico e sterile. Riducendo all’osso, e macchiandomi di un gran torto nei confronti di altri scrittori che amo, direi: Tommaso Landolfi, Edgar Allan Poe, Mark Twain, Aldo Palazzeschi e Luciano di Samosata. Il fantastico e il comico-grottesco sono strumenti che oltre a divertirmi sanno spesso rendere più leggibile la realtà, senza appiattirla o banalizzarla. Mi piace aggiungere che ho avuto la fortuna di avere in famiglia una serie di grandi narratori di tradizione orale, mi pongo sulle loro orme.

    Postato il 12 aprile 2012 in categorie: lo spleen di Mompracem

    Bollettino medico. Annuncio. Stato dell’arte

    Ho annullato tutte le date che avevo a marzo (tranne questa) a causa di una frattura dello scafoide carpale. In quelle date avrei voluto presentare uno spettacolo nuovo. Nei miei appunti lo spettacolo si chiama di volta in volta Corrado, Musical, Angelo, ma credo che il titolo definitivo sarebbe stato Pezzi con l’orso. Poco importa, non l’ho presentato. Per farlo avrei avuto bisogno della piena funzionalità di entrambi gli arti superiori e ciò, fra gesso, tutore e riabilitazione, è un obiettivo che raggiungerò non prima di fine maggio. Ho quindi deciso di fare un passo indietro per poterne fare alcuni avanti su un altro sentiero. Porterò in giro uno spettacolo che si chiama:

    Borgaro
    canzona vecchie e nuove
    tanto la gente butta via tutto

     che è il punto di metamorfosi intermedio fra Mi chiamo Filippo Sottile e sono cantautore e Pezzi con l’orso.

    Benché ingessato, potrò cimentarmi in questa impresa grazie all’aiuto di un antico compagno d’avventure, il valente chitarrista Marco Di Maio, che per l’occasione lascerà da parte il suo consueto nitore sonoro per privilegiare quella vena folkabbestia che in pochi gli conoscono.

    Il 19 aprile ci esibiremo per la prima volta con questa nuova creatura a Rivalta di Torino. Maggiori dettagli nei prossimi giorni.

    Esperando la señal

    Postato il 31 marzo 2012 in categorie: reclame

    Andrea Camilleri, Il nipote del Negus

    Camilleri innesta questa nuova pochade sulla struttura meccanica e implacabilmente comica de La concessione del telefono.
    Ghrane Sollassiè Mbassa, il fantomatico nipote del Negus, pur essendo il protagonista della vicenda, “riesce” sempre a sottrarsi allo sguardo di chi legge. Restano gli strascichi delle sue furberie e delle sue balordaggini. Ma l’occultamento del protagonista riesce a portare in primo piano l’ipocrisia, la violenza, la cecità e la stupidità del regime.
    Anche questa volta, come ne La presa di Macallè, scegliendo come luogo di rappresentazione il teatrino fascista, Camilleri opta per i toni della priapata. Personalmente però, ritengo che l’esempio più alto – più grottesco, più dirompente – nella frequentazione di tale genere sia ancora quello che ci ha lasciato un altro illustre siciliano, Vitaliano Brancati.

    Postato il 28 marzo 2012 in categorie: Recensioni