Nell’estate fra la seconda e la terza media, per duemila lire, acquistai su d’una bancarella una copia sdrucita de Le Pantere di Algeri. Emilio Salgari non sapevo chi fosse, trovavo ributtanti il mellifluo cavaliere e la sdolcinata Biancaneve illustrati sul frontespizio e, per finire, la quarta di copertina – un pedestre e rutilante riassunto della trama – era per me al limite dell’incomprensibile. Furono, lo confesso, le Pantere del titolo a conquistarmi. Galeotto fu il richiamo di quei felidi, anticipatore della potente malia che altri esponenti della famiglia ( Le Tigri di Mompracem, Il Gattopardo, La gatta) esercitarono su di me. Divorai il libro in poche ore: il susseguirsi delle fughe, degli inseguimenti, dei tradimenti e degli scontri mi rapirono. Ero un ragazzo.
Le letture che si fanno negli anni verdi, diciamo fino ai 17 anni, hanno una maggiore possibilità di segnare la vita di un essere umano, orientarne gusti e posizioni. Se ci penso, mi viene facile fare un elenco di autori che, incocciati allora, continuo a portarmi dietro: Stevenson, Borges, King, Gogol’, Allan Poe, Vonnegut, Tolkien, Kafka, Sciascia, Pasolini, Wilde. Credo sia così per tutti. Di alcuni di quei libri capii davvero poco, non ho remore nel confessarlo, o forse è più corretto dire che riconobbi fra le pagine cose che allora andavo comprendendo. Vonnegut, per dire. Mi era stato donato da un mio professore di lettere: l’ultimo giorno di scuola della terza media giunse in classe con uno scatolone, disse che stava per traslocare e aveva bisogno di alleggerire i suoi averi. Ad ognuno diede un libro. A me toccò Un pezzo da galera. La copertina, per cominciare, era molto brutta, poi c’erano Sacco e Vanzetti, Nixon, il Watergate. Roba che per nessuna ragione pensavo potesse interessarmi. Eppure, quando in un triste pomeriggio estivo cominciai a leggerlo, ne rimasi ammaliato e commosso: piansi, risi. Finii col ricopiare su un quaderno, con la mia migliore grafia, un brano dell’ultima lettera che Nicola Sacco scrisse a suo figlio e che Vonnegut aveva inserito nel testo. Cosa avevo compreso? Forse niente, o forse quanto bastava.
Alcuni mesi fa è uscito un mio romanzo. La storia è scritta intorno a due degli eroi che accompagnarono la mia prima adolescenza, Sandokan e Yanez.
– Si tratta di un libro per ragazzi?
– No, scrivendolo non l’ho mai pensato.
Mi sono fatto innumerevoli domande, posto dubbi e questioni, ma mai, nemmeno per un secondo, ho pensato che avesse un target d’età.
– Va bene, ma si tratta di un libro per ragazzi, sì o no?
– No… Non lo so. Ci ho messo un bel po’ di parolacce.
Ma le parolacce no, non sono un problema. Non mi sembra di far gran danno a dar da leggere due “stronzo” e un “fatti fottere” a un dodicenne. Ha sicuramente già sentito, e forse detto, di peggio.
– Mmm.
– Poi si parla di lotta, della funzione dell’arte e della fiducia nel potere della narrazione… non so.
Nemmeno questo è un problema. Son cose che ritengo importanti e non vedo perché non debba comunicarle a un ragazzo. In ogni caso, si tratta di una storia.
Insomma, Lo Spleen di Mompracem, ovvero Yanez non ci sta! è un libro che possono leggere anche i ragazzi. Perché tutte queste domande? Ho ricevuto un invito a presentare il mio romanzo a Volalibro, il Festival della Letteratura per ragazzi di Noto (SR). Sarò lì lunedì 23 gennaio.
P.S.: A una recente presentazione mi è capitato di firmare una copia de Lo Spleen per un ragazzo di quindici anni – un salgariano sfegatato – che l’ha comprato questa estate in Liguria e che, dice, se l’è divorato. Senza dubbio una delle mie più grandi soddisfazioni di scrittore…